
Polibio da ostaggio a esaltatore di Roma.

Un intellettuale greco amico di Roma.

Uomo di cultura, Polibio era anche un importante esponente
politico della lega achea. Arrivato a Roma, egli divent intimo
del Circolo degli Scipioni e strinse amicizia soprattutto con i
figli di Emilio Paolo, Fabio Massimo e Scipione l'Emiliano, che
poi accompagn sempre nelle campagne militari. L'amicizia inizi
per un prestito di libri; in seguito Polibio fu autorizzato a
portare a Roma la sua biblioteca personale, che era rimasta in
Grecia.
Fu dunque una posizione privilegiata quella da cui l'intellettuale
greco ebbe occasione di riflettere su usi, costumi, mentalit e
funzionamento della cosa pubblica della citt di cui era
divenuto involontario ospite. E al centro della sua ricerca egli
pose l'egemonia di Roma sulla parte occidentale e orientale del
Mediterraneo: un fatto mai verificatosi nella storia. Polibio
cerc di capire i motivi di questo successo. Il frutto delle sue
riflessioni si tradusse nelle Storie, una vasta opera storico-
filosofica, un tentativo di comprensione-giustificazione
dell'imperialismo romano. A questa analisi Polibio dedic in
particolare l'intero libro sesto della sua opera, dopo aver
narrato la sconfitta di Canne.
Polibio era rimasto colpito soprattutto dalla coesione interna
della societ romana - che la rendeva diversa dalle pleis greche,
dilaniate dai conflitti - e dal ruolo svolto dalla religione per
garantire tale coesione: in questo Roma appare a Polibio capace di
mettere in pratica la teoria del sofista Crizia, che considerava
la religione una invenzione degli uomini per governare, in quanto
garantiva un costante controllo interiore sui cittadini. Lo
storico greco si interess anche dell'aspetto militare: voleva
comprendere come fosse organizzato il pi potente esercito del suo
tempo.
Polibio si concentr, per, soprattutto sul sistema politico
romano, che studi approfonditamente alla luce delle categorie
filosofiche elaborate dal pensiero greco. Per la sua analisi,
Polibio si ispir soprattutto ad Aristotele e al principio della
costituzione mista (mikt politia), trattato nel secondo libro
della Politica (1265b 28 e seguenti). In questa ottica la
costituzione romana appariva come il prodotto di uno straordinario
equilibrio di tre poteri, quello monarchico (i consoli), quello
aristocratico (il Senato), quello democratico (i comitia, le
elezioni, il potere del dmos). Questo equilibrio aveva raggiunto
la sua perfezione, per cui si poteva affermare che la costituzione
romana, fondata su princpi scientifici (epistme) era
insuperabile e perfetta (confronta Storie, sesto, 16). Partito da
Aristotele, Polibio arriv cos alla dottrina platonica sullo
Stato epistemico. Egli si convinse che la grandezza di Roma fosse
dovuta al fatto che quella forma di Stato perfetta, che i filosofi
della Grecia classica avevano inutilmente cercato, i Romani
l'avevano realizzata. E ci costituiva - per lo scrittore greco -
una spiegazione plausibile del loro grande successo.
A Polibio risale anche la teoria della circolarit della dinamica
politica (anakyklosis) attraverso passaggi da una costituzione
all'altra. Questi passaggi sono dovuti all'inevitabile processo di
corruzione e di decadenza a cui tutte le societ sono soggette:
una teoria gi adombrata da Platone nella Repubblica (libro
ottavo). Quindi anche Roma non avrebbe potuto sottrarsi al
destino, che era stato proprio delle altre grandi civilt che
l'avevano preceduta:  legge di natura che, dopo la grandezza, vi
siano anche la decadenza e il tramonto. E Polibio stesso racconta
che, davanti a Cartagine in fiamme, il suo discepolo Scipione
l'Emiliano scoppi a piangere, pensando che anche Roma era
destinata allo stesso triste destino.
Ma come  facilmente comprensibile - soprattutto se si tiene conto
delle straordinarie vittorie militari dell'esercito romano, che si
susseguirono ancora per molto tempo -, ci che i Romani recepirono
del pensiero di Polibio fu soprattutto l'idea di una loro
superiorit sulle altre civilt del Mediterraneo: superiorit non
culturale, ma politica. Roma poteva accettare a testa alta la
propria inferiorit nei confronti della cultura greca: rimaneva
pur sempre la supremazia nel campo politico-militare, dimostrata
dalle vittorie dei suoi eserciti e dall'efficacia del suo
ordinamento giuridico. Ci che era accaduto agli altri, cio il
passaggio dalla grandezza alla decadenza, non poteva accadere a
Roma, che aveva elaborato un proprio thos su una costituzione
nata da una concezione scientifica (epistemica) della politica. I
Romani avevano dimostrato una saggezza politica incomparabilmente
superiore a quella dei loro avversari ed avevano anche a
disposizione una macchina bellica apparentemente invincibile.
 Tu regere imperio populos Romane memento  (Ricordati, o Romano,
che devi governare sui popoli) canter Virgilio nell' Eneide
(sesto, 1286), rivolgendosi al popolo romano, cui Giove aveva
concesso un  imperium sine fine . Al relativismo teoretico della
filosofia dei sofisti, che aveva messo in crisi l' thos di Atene
e della Grecia intera, i Romani contrapposero le loro vittorie
militari e il loro impero, la cui grandezza era tale da metterli
al riparo anche dallo scetticismo dell'epoca ellenistica. I
protagonisti della politica romana potevano coltivare la filosofia
greca senza che questa coinvolgesse l' thos di Roma, che rimaneva
un valore in s, inattaccabile dalla critica degli accademici e
degli scettici che Carneade aveva portato fino all'interno del
Senato romano

